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Pozzi, fonti sacre e santuari

Nella fase iniziale del Bronzo finale (1200 a.C.) si registra in tutto il territorio della Sardegna la nascita di un’architettura dai tratti monumentali funzionale alla captazione e alla raccolta delle acque sorgive che era sconosciuta nelle fasi precedenti dell’età del Bronzo.

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La capillare diffusione in tutta la Sardegna dell’architettura dei pozzi e delle fonti sacre può essere giustificata dall’urgente necessità di risolvere un grave problema di carenza d’acqua che poteva modificare e compromettere anche l’economia dell’isola basata, in alcuni areali, prevalentemente sull’agricoltura. Non si può escludere che la nascita stessa del culto dell’acqua abbia avuto origine dalla volontà comune di scongiurare un’ulteriore riduzione delle riserve idriche, una risorsa ritenuta importante a tal punto che, per esorcizzare il problema, l’elemento stesso divenne oggetto di culto, dedicato alle divinità idrologiche sotterranee legate alla forza generatrice dell’acqua, vitale nei ritmi biologici della natura.

Templi a pozzo

I templi a pozzo sono edifici costruiti ove era possibile captare una vena sorgiva, ad una profondità più o meno accentuata, che veniva raccolta in un vano circolare. I pozzi hanno rampe di scale rettilinee o trapezoidali strombate all’imboccatura, con un numero variabile di gradini che consentivano di raggiungere e attingere l’acqua anche quando, nei periodi di lunga siccità, i livelli erano bassissimi.

I templi a pozzo si articolano in tre parti: un atrio, una scala ed un pozzo coperto a falsa volta ipogeica.

L’atrio o vestibolo ha generalmente forma rettangolare o trapezoidale con panchine laterali usate come piano di appoggio per contenitori funzionali alla raccolta dell’acqua e per oggetti votivi o liturgici. I muri che delimitano l’atrio conservano nello spessore dell’alzato piccole nicchie rettangolari o trapezoidali usate come punto di scarico della muratura e per depositare offerte votive. Il vestibolo era in molti casi coperto da un tetto a doppio spiovente realizzato con materiali deperibili o con blocchi squadrati dalla faccia a vista obliqua e dal colmo piano e da acroteri ornati da spade votive fissate in appositi fori con colate di piombo. Tale modello architettonico è stato documentato nel pozzo dei santuari di Abini-Teti, Santa Vittoria-Serri e nella fonte di Su Tempiesu-Orune, eccezionalmente conservata. Nel pavimento dell’atrio è sempre presente una canaletta di scolo, tracciata in senso obliquo o rettilineo, che permetteva il deflusso dell’acqua quando, in periodi di piena, tracimava oltre il livello del primo gradino della scala e scorreva nei pozzetti esterni dove era possibile l’accesso ai pellegrini.
Il vano scala era coperto da architravi a disposizione scalare corrispondenti al numero dei gradini e perfettamente ancorati ai muri che si innestavano al vano circolare di raccolta dell’acqua, mantenuta limpida da una fossetta di decantazione per le impurità. Il tamburo del pozzo era coperto da una tholos realizzata in molti casi con blocchi a sezione di cerchio ben lavorati a scalpello e dalla faccia a vista obliqua. Tale lavorazione, concepita per motivi estetici, rendeva più regolare la superficie scalettata data dal graduale aggetto dei filari della copertura che chiudeva con una lastra piattabandata nei pozzi più grandi o con una ghiera di piccoli blocchi cuneiformi soprattutto nelle tholoi delle fonti miniaturistiche.

L’area cultuale è racchiusa all’interno di un recinto in massi calcarei di grandi dimensioni, come avviene in numerosi edifici di carattere sacro.

Fonti: M.A. Fadda, L’architettura dedicata al culto dell’acqua, in A. Moravetti, E. Alba, L. Foddai, La Sardegna nuragica. Storia e materiali, Carlo Delfino Editore, 2014.

G. Salis, Pozzi sacri, fonti e rotonde

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